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Quando il fatturato non basta

RIASSUNTO ARTICOLO
SINTESI ESECUTIVA

Dopo anni di sostegni pubblici, le fragilità delle imprese tornano in superficie. Nei primi sei mesi del 2026 l’Italia ha registrato 5.530 liquidazioni giudiziali, il 9,4% in più rispetto al 2025. E mentre la crisi mediorientale alimenta nuovi rincari e incertezza, la capacità di trasformare il fatturato in incassi diventa una questione strategica.

Lo Stretto di Hormuz bloccato, i prezzi energetici alle stelle. E poi la fine degli interventi straordinari varati dal governo italiano durante la pandemia. Sono i principali fattori che negli ultimi mesi hanno fatto risalire pericolosamente due dati: quello delle insolvenze e delle liquidazioni giudiziali. Il fenomeno è globale, come globali sono la maggior parte delle ragioni sottostanti, ma per avere un assaggio di quanto sta avvenendo è utile partire da un fatto che riguarda l’Italia. Nel primo trimestre del 2026, nel nostro paese sono state registrate 2.885 liquidazioni giudiziali. Non succedeva da prima del Covid. E la tendenza è la stessa registrata in tutto il primo semestre di quest’anno: 5.530 liquidazioni giudiziali, quasi mezzo migliaio in più rispetto ai primi sei mesi del 2025. Sono questi alcuni dei dati messi in evidenza nell’ultimo report preparato da Cribis, società parte del gruppo Crif e specializzato in sistemi di informazioni aziendali. Sono dati-spia, segnali di un fenomeno che spesso resta sottotraccia, poco pubblicizzato dalle imprese protagoniste ma importante da tenere presente per capire come vanno le cose e limitare al massimo i rischi di restare con il cerino in mano.

Quando l’insolvenza diventa strutturale

La liquidazione giudiziale è la procedura che si applica in Italia alle imprese in stato di insolvenza. Ha sostituito il fallimento dopo l’entrata in vigore, nel luglio del 2022, del codice della crisi d’impresa. Condizione necessaria per l’apertura della liquidazione giudiziale è l’incapacità del debitore di soddisfare regolarmente le proprie obbligazioni. Attenzione, però: rispetto alla vecchia norma, il nuovo codice dice che per avviare una liquidazione giudiziale non è sufficiente una difficoltà temporanea dell’impresa nel far fronte ai suoi debiti. È necessario che emerga una situazione di incapacità continuata, non transitoria. Questo, dunque, è il principio giuridico su cui si basa la disciplina. Ma cosa raccontano i numeri del fenomeno a livello globale e italiano? E cosa dicono gli esperti?

A livello internazionale la situazione non è molto diversa da quella italiana. Secondo l’ultimo Insolvency Report di Allianz Trade, punto di riferimento mondiale nell’assicurazione del credito commerciale, le insolvenze aziendali saliranno del 6% nel 2026 nel mondo su base annuale (dopo il + 6% registrato nel 2025). Questo comporterebbe un quinto anno consecutivo di aumento. Fino a pochi mesi fa, Allianz prevedeva un moderato calo delle insolvenze nel 2027, ma la guerra scatenata da Israele e Stati Uniti contro l’Iran ha cambiato le prospettive. Rispetto alle stime pre-crisi, l’impatto diretto del conflitto in Medio Oriente potrebbe infatti far registrare 7.000 nuovi casi nel 2026 e altri 7.900 nel 2027. Motivi? L’aumento della volatilità nei mercati dell’energia, nei costi di trasporto marittimo e nelle catene di approvvigionamento globali. Tutti fattori che spingono in alto l’inflazione, comportando condizioni finanziarie più restrittive (la crescita dei prezzi comporta quasi sempre un innalzamento dei tassi d’interesse da parte delle banche centrali) e un deterioramento della fiducia delle imprese.

L’Italia e il resto del mondo

Mentre scriviamo si sono interrotti i colloqui di pace tra Iran e Stati Uniti e una soluzione che porti alla riapertura totale dello Stretto di Hormuz senza pedaggi sembra lontana. Per questo non sono da escludere scenari persino peggiori di quelli immaginati da Allianz Trade. Secondo il gruppo assicurativo tedesco, a livello globale è l’Asia il principale motore della crescita delle insolvenze, con il 54% dell’aumento complessivo atteso nel biennio 2026-2027: la Cina, da sola, dovrebbe segnare +9% nel 2026 e +5% nel 2027. Il Nord America mostra dinamiche contrastanti: gli Stati Uniti proseguono la loro risalita (+9% nel 2026), mentre il Canada continua a scendere (-4%) dopo il crollo del 23% registrato nel 2025. Nel suo insieme l’Europa occidentale dovrebbe invece vedere crescere le insolvenze del 3% nel 2026, per poi calare del 3% nel 2027 ma restando comunque su livelli largamente superiori alla media pre-pandemica in Paesi come Svizzera, Finlandia, Svezia e Spagna. E l’Italia? Il nostro paese segue una traiettoria peculiare. Dopo tre anni di crescita robusta delle insolvenze (+9% nel 2023, +17% nel 2024, +26% nel 2025, uno degli aumenti più marcati in Europa), Allianz Trade prevede per il 2026 un ulteriore incremento del 5%, superiore alla media dell’Europa occidentale. Le cause principali sono la dipendenza energetica dall’estero, la pressione sui costi per famiglie e industrie energivore, la crescita economica modesta. In sostanza, l’Italia non sta vivendo un’anomalia rispetto al resto d’Europa, ma un allineamento tardivo: dopo anni di sostegni pubblici che avevano tenuto artificialmente basso il numero di procedure concorsuali, il Paese sta convergendo verso i livelli pre-Covid con un anno o due di ritardo rispetto a Germania e Francia, dove il riallineamento era già iniziato nel 2023-2024.

L’Italia torna verso i livelli pre-Covid

Per capire meglio come stanno andando le cose da noi, è utile leggere l’ultimo studio di Cribis accennato all’inizio di questo articolo. Nel primo trimestre del 2026 in Italia sono state aperte 2.885 liquidazioni giudiziali, il 23,2% in più rispetto allo stesso periodo del 2025. Rispetto al 2024 l’aumento è invece del 37,1% Il segnale è dunque chiaro: la fase anomala aperta dalle misure di sostegno straordinario contro la pandemia si è chiusa, e il sistema produttivo nostrano sta iniziando a pagarne il conto. L’aumento delle liquidazioni giudiziali – risponde a Magma Marco Preti, amministratore delegato di Cribis – «va letto come l’esaurimento degli effetti degli interventi straordinari varati dal governo durante l’emergenza sanitaria: moratorie sulle procedure concorsuali, garanzie statali sui finanziamenti (Fondo di garanzia Pmi, garanzie Sace), cassa integrazione straordinaria e sospensione di adempimenti fiscali e contributivi. Nelle principali economie europee, Italia compresa, questo supporto fiscale ha rappresentato circa il 2-4% del Pil nel 2022-2023. Venuto meno questo “cuscinetto”, stanno riemergendo le fragilità strutturali di molte imprese», sintetizza il manager facendo anche notare che le aziende «più esposte agli

shock sui costi, ai ritardi di pagamento e alla contrazione della domanda» sono quelle piccole e medie, perché «spesso meno capitalizzate e con minore potere negoziale».

Conoscere i clienti prima che sia troppo tardi

L’estate appena passata ha inoltre segnato la fine del Piano nazionale di ripresa e resilienza, il cosiddetto PNRR: una misura straordinaria, finanziata dall’Unione europea con 194 miliardi tra prestiti e aiuti a fondo perduto, pensata per sostenere l’Italia dopo il Covid. Ora che il rubinetto di denaro pubblico europeo è stato chiuso, bisognerà trovare qualche alternativa valida per non subire i contraccolpi e ridurre al minimo la possibilità di incappare in clienti insolventi. Come fare? «Non esiste una sola ricetta che elimini completamente il rischio di insolvenza per le aziende; esistono però diverse azioni che possono ridurlo e di molto – spiega Marco Scarrico, direttore commerciale MMEA (Mediterraneo, Middle East e Africa) di Allianz Trade. La prima contromisura consigliata da Scarrico prevede di «conoscere bene i propri clienti, non solo dal punto di vista commerciale ma anche finanziario. È importante monitorare costantemente la loro affidabilità, perché anche aziende apparentemente solide possono attraversare momenti di difficoltà». La seconda ricetta è la diversificazione: «Concentrare una quota troppo elevata del fatturato su pochi clienti espone l’impresa a rischi maggiori. Infine, gli imprenditori dovrebbero considerare il credito commerciale come una vera e propria voce di rischio aziendale, al pari dei rischi operativi o finanziari. Spesso l’attenzione va alla vendita, mentre la sostenibilità di un business dipende anche dalla capacità di trasformare il fatturato in incassi reali. Il core business di Allianz Trade consiste proprio nel proteggere le imprese dal rischio di mancato pagamento dei clienti, attraverso l’assicurazione del credito commerciale. A questa funzione si affiancano attività di analisi del rischio, monitoraggio capillare delle aziende, recupero crediti e supporto all’accesso ai finanziamenti».

I dati come prima linea di difesa

Le contromisure suggerite da Cribis non sono molto diverse. Per ridurre il rischio di incappare in un fornitore insolvente, ragiona l’ad Marco Preti, «la leva principale è l’analisi dei dati storici di pagamento del fornitore. Monitorare con precisione i comportamenti di pagamento consente alle aziende di prevenire tensioni finanziarie lungo la filiera. Trend di puntualità, ritardi gravi e variazioni recenti aiutano a valutare un fornitore prima di impegnarsi in un ordine, senza basarsi solo sulla reputazione commerciale». Cosa può fare invece un imprenditore per ridurre il rischio che la sua stessa azienda finisca sottoposta a procedura di liquidazione giudiziale? «Anche qui – conclude Preti – la chiave è usare informazioni aggiornate e strumenti di analisi predittiva. Una pianificazione finanziaria supportata da evidenze concrete sui comportamenti di pagamento dei clienti migliora la capacità

decisionale e riduce l’esposizione al rischio di insolvenza. Le imprese più resilienti adottano approcci strutturati alla gestione del rischio di credito e della liquidità». Insomma, come dice l’amministratore delegato di Cribis, in questa fase storica «più del fatturato conta la capacità di anticipare tensioni finanziarie e intervenire per tempo». È un po’ come quando, in una partita di calcio, bisogna stare più attenti a non prenderle che a darle. Difendersi, dunque, restando pronti a scatenare il contropiede. Una specialità italiana che può tornare molto utile, ora più che mai.

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