Le regole del commercio internazionale, a volte, e per forza di cose, devono essere mutevoli, adeguandosi alle situazioni. È quello che accade oggi, alla luce delle tensioni economiche e geopolitiche, con nuovi equilibri da scrivere e vecchie instabilità da arginare. La frammentarietà del sistema ha bisogno di principi, e l’UE da sempre prova ad assicurare la giusta governance ai suoi rapporti con gli altri Paesi del mondo. La questione daziaria americana, sin dal suo inizio nell’autunno del 2024, ha fatto scattare, nei decisori politici europei, un campanello d’allarme. Senza la pretesa di sostituire il mercato statunitense – perché sarebbe comunque impossibile – Bruxelles ha ripreso tra le mani un fascicolo mai archiviato, da anni in fieri: l’Accordo con il Mercosur (ovvero Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay). Le vicende dell’ultimo ventennio – con la questione ambientale e le rimostranze degli agricoltori UE in prima linea – avevano costantemente fatto procrastinare l’attuazione della partnership. Ma poi qualcosa è cambiato.
Il Mercosur, tra iTA ed EMPA
Nel settembre del 2025, la Commissione europea ha adottato le proposte di decisione del Consiglio, relativamente a due nuovi strumenti giuridici, connessi tra loro, in relazione agli accordi tra UE e Mercosur: l’EMPA e l’iTA, siglati il 17 gennaio 2026. Il primo (EMPA: EU-Mercosur Partnership Agreement) è un accordo molto ampio, che comprende gli aspetti commerciali, la questione ambientale e la cooperazione politica. Ovviamente richiede tempi lunghi di ratifica, soprattutto in considerazione della materia delicata e del numero importante di Stati Membri UE. Tuttavia, per evitare di perdere ulteriore tempo, in contemporanea all’EMPA è stato sottoscritto anche l’iTA (interim Trade Agreement), limitato alla parte commerciale e provvisoriamente in vigore dal 1° maggio 2026. Ovviamente l’accordo coprirà le materie di competenza esclusiva dell’UE, tra cui gli scambi commerciali e gli investimenti, evitando una necessaria e immediata ratifica da parte di tutti i parlamenti nazionali. Si tratta di un intelligente escamotage che, di fatto, raggiunge uno dei principali obiettivi delle trattative: l’eliminazione delle barriere tariffarie. Con la ratifica definitiva dell’EMPA, l’iTA poi sarà sostituito dallo strumento unico.
Ma cosa prevede, di fatto, l’accordo temporaneo e cosa cambierà per il comparto manifatturiero italiano? Il Trade Agreement, per un tempo determinato (interim) elimina (più o meno gradualmente) le tariffe doganali applicabili agli scambi di beni. Mentre c’è parecchia perplessità per il comparto agricolo europeo, a causa della temuta entrata “massiccia” di prodotti sudamericani – nonostante siano state previste importanti clausole di salvaguardia – per il manifatturiero l’iTA fungerà da acceleratore della crescita.
Si stima, infatti, un potenziale aumento delle vendite italiane di 40 punti, in 3 anni: entro il 2028 le esportazioni totali potrebbero toccare i 10,4 miliardi, con un incremento complessivo di circa 3 miliardi. Non si tratterebbe di un aumento fine a sé stesso (dunque episodico) ma rappresenterebbe una nuova strutturazione del business, con una presenza radicata di PMI italiane nel mercato sudamericano. Tuttavia, non si verificherà (come in molti pensano) un abbattimento incondizionato dei dazi, uguale per ogni Paese. Ogni prodotto ha avuto una negoziazione a sé e, anche all’interno della stessa categoria, le imposizioni sono state predisposte in maniera dettagliata, per tutelare specificamente ognuno dei quattro membri sudamericani. Questo, perché, di fatto, il Mercosur non vanta un’unione doganale perfetta, a differenza dell’UE. Ed è stata questa, probabilmente, la principale causa nella passata lentezza dei negoziati – che si spera non influisca sul futuro dell’EMPA.
Box. L’imperfetta questione tariffaria
L’iTA non eliminerà, sin da subito, tutti i dazi: alcuni beni entreranno liberamente, mentre per altri è schedulata una tempistica pluriennale. Inoltre, non è detto che il dazio sarà uguale in ogni Paese: la stessa voce verrà trattata diversamente. Prendiamo come esempio il Capitolo 84 della nomenclatura HS (Sistema Armonizzato), uno dei più importanti perché copre gran parte della meccanica industriale. Il dazio per i cilindri idraulici esportati in Brasile scende al 12,7% fino al 31 dicembre 2026. Poi, dal 2027, anno dopo anno, subisce una ulteriore riduzione dell’imposizione, per arrivare a una free entry solo nel 2036 (al netto di possibili modifiche). La stessa voce viene trattata difformemente in Argentina (11,4%), mentre in Paraguay entra liberamente (0%) e in Uruguay con il dazio dell’1,8%. Questa differenziazione offre un importante spunto di riflessione: per quanto l’iTA abbia come obiettivo la libera commercializzazione, deve tener conto anche di diverse variabili, tutelando i rispettivi mercati. L’accordo UE-Mercosur non equivale a un “tana libera tutti”, con l’azzeramento indiscriminato dei dazi, ma somiglia a un quadro regolato con condizioni precise.
Box. I dazi e le sensibilità territoriali
Il Mercosur non è un blocco unico, con una uniformità tariffaria come nel caso dell’UE. Non verrà applicata una tariffa uguale per tutti, ma ogni Paese ha scelto (e negoziato) le proprie riduzioni dei dazi. Questo aspetto evidenzia che il gruppo sudamericano, tutto sommato, è un’unione doganale imperfetta. Sono molte le eccezioni alla tariffa comune esterna, perché le politiche commerciali di ciascuno Stato differiscono in maniera sostanziale. Le stesse realtà economiche appaiono così difformi che servono per forza ampi margini di autonomia nella gestione esterna. L’UE ha quindi dovuto affrontare una “negoziazione a quattro”, alla luce delle diverse sensibilità settoriali espresse dai vari Paesi. Il Brasile, ad esempio, con la sua industria forte, ha provato a proteggere determinate categorie di macchinari, regolando l’ingresso massiccio di Made in UE, a differenza di Uruguay e Paraguay, che hanno la necessità di crescere anche industrialmente, grazie al know how straniero. Pertanto, nel comparto manifatturiero il calendario della liberalizzazione daziaria prevede tre step: un abbattimento immediato (0%), una riduzione medio-lunga del dazio (in 5, 10 o 15 anni) e quote di beni esclusi dalla free entry – variabili da Paese a Paese.
Italia-Mercosur: il trend dell’export
Secondo il Centro Studi di Confindustria, l’entrata in vigore degli ultimi FTAs (Free Trade Agreement) tra l’UE e i diversi partner ha favorito l’export di beni italiani, con una media superiore a quella europea. E allora, come potrebbe cambiare (in meglio) il trend dell’export italiano nei prossimi mesi, alla luce della nuova partnership con i quattro Paesi del Sud America? Secondi i dati ISTAT del 2025, le vendite totali verso gli Stati Mercosur sono passate da 7,43 a 7,51 miliardi (+1,1%), con una diversa distribuzione, però. È cresciuto l’export verso l’Uruguay (da 348 a 392 mln, +12%), e ha frenato quello verso il Paraguay (-4,5%, da 109 a 104mln), mentre l’Argentina è apparsa particolarmente ricettiva (da 1,19 a 1,22 mln, con un +3,1%). I valori del Brasile, invece, sono rimasti simili (con un aumento di “soli” 4 milioni: da 5,790 mld a 5,794). Per i “prodotti delle attività manifatturiere”, i numeri appaiono interessanti. La categoria comprende 13 sotto-voci – tra cui macchinari, articoli farmaceutici, articoli in gomma, tessile, metalli, apparecchi elettrici (più altri) – con un valore export che è passato in soli 3 anni (2023/2025) da 7,078 miliardi a 7,410 (+4,7%). Tra le 13 è inclusa anche la meccanica: con una crescita di 2,8 punti, il settore (macchinari e materiali da trasporto) si è confermato un forte traino dell’export italiano destinato alla regione. È la voce più importante di tutti i flussi export, indipendentemente dall’attività, per 4,03 miliardi del 2025 (+ 3,93%). Tuttavia, fa registrare una diversa incidenza, variabile per Paese. Rappresenta il 43% dell’export di prodotti manifatturieri in Argentina, il 32,8 di quelli in Brasile, il 27,8 e il 18,2 per cento rispettivamente in Paraguay e Uruguay.
Il Mercosur appare dunque un partner interessante per l’Italia, seppur non geograficamente omogeneo, e la scelta di un Paese piuttosto che un altro sarà frutto di una attenta analisi ex ante. Il Brasile, ad esempio, si mostra come un mercato maturo e stabile, mentre nel 2025 il Paraguay frena. Interessanti le risposte di Argentina e Uruguay (che assorbono il 18,8 e 2,9 del totale export), con una crescita rispettivamente 39 e 11 punti percentuali. Se il primo potrebbe, nel breve, diventare il mercato con il maggior potenziale per le vendite di meccanica, il secondo, seppur piccolo, va monitorato con attenzione, per il suo dinamismo crescente.
Strategie per il manufacturing
L’accordo UE–Mercosur favorirà l’export delle PMI italiane e, a trainare la crescita, sarà proprio il comparto manifatturiero a medio-alto valore aggiunto, un settore nel quale l’Italia è da sempre forte, riuscendo ad esprimere una competitività consolidata. Con la progressiva eliminazione dei dazi, che oggi raggiungono anche picchi del 35%, e con la contestuale apertura degli appalti pubblici anche agli stranieri (attualmente limitati, in alcuni casi), le esportazioni dovrebbero volare, stimolate dalla domanda di tecnologie per packaging, logistica ed automazione. Questa nuova condizione offre, alle aziende italiane, la possibilità di riorganizzare la catena di fornitura. Si potrebbe, inoltre, decidere di delocalizzare alcune fasi produttive o creare nuove partnership, diversificando i fornitori (con una minore dipendenza dall’Asia, ad esempio) e trovando nuovi clienti sudamericani, sicuramente ora più propensi all’acquisto.
È tempo, allora, di una revisione strategica. Saranno indubbiamente favorite le imprese che già esportano, ma non è tardi per le altre. Ovviamente, le realtà poco strutturate potrebbero avere delle difficoltà iniziali, soprattutto economiche, ma c’è sempre la possibilità di richiedere un supporto pubblico, come nel caso dell’agevolazione “Competitività delle filiere italiane in America centrale o meridionale”, attivata a fine marzo 2025 da Simest (e tutt’ora valida). L’intervento è destinato alle realtà con interessi nella omonima area geografica, stabilmente già presenti o intenzionate a stabilirvisi. L’obiettivo? Favorire la competitività internazionale delle imprese italiane, con un sostegno diretto agli investimenti produttivi e commerciali. Perfetto, in questo momento storico.
E allora, a conti fatti, l’accordo con il Mercosur è davvero una minaccia, come alcuni continuano a sostenere? Non sembrerebbe: se da un lato potrebbe evidenziare le debolezze dei meno forti, dall’altro amplifica le opportunità per gran parte della comunità manifatturiera. Tutto sta nel saper gestire il tutto, e nella capacità delle imprese di ripensare i mercati e posizionarsi su valore, non solo su prezzo. Perché non è il Sud America che lo chiede: sono le logiche del mercato globale. E chi non impara a destreggiarsi in questo scenario rischia di essere fuori dai giochi, indipendentemente dalla geografia.