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Il nuovo protezionismo americano

La sentenza della Corte Suprema non ferma i dazi americani, ma apre una fase di incertezza legale e commerciale. Tra rimborsi miliardari, impatti selettivi sull’export italiano e nuovi equilibri globali, il protezionismo Usa si conferma una variabile strutturale per le imprese

RIASSUNTO ARTICOLO
SINTESI ESECUTIVA

Il 20 febbraio del 2026 Donald Trump ha ricevuto una pessima notizia. La Corte Suprema degli Stati Uniti, a maggioranza repubblicana, ha bocciato i dazi che la sua amministrazione aveva imposto attraverso l’International Emergency Powers Act. È la legge che il presidente americano ha usato per il suo “Liberation Day”, nell’aprile del 2025, quando ha annunciato al mondo, con tanto di tabellone e cifre divise nazione per nazione, la nuova politica commerciale della Casa Bianca: “Imponiamo dazi e tasse ai paesi stranieri per arricchire i nostri cittadini”, aveva promesso Trump.

Nell’ultimo anno il mondo ha provato ad abituarsi al nuovo protezionismo americano. Un’imposta di base del 10% su tutte le importazioni, con aliquote più alte per le nazioni che vantano surplus commerciali più alti verso gli Stati Uniti. Poi è arrivata la decisione della Corte Suprema. A larga maggioranza i giudici – tra cui tre nominati dagli stessi repubblicani: Amy Coney Barrett, Neil M. Gorsuch e il presidente John Roberts – hanno dichiarato illegittimo l’uso dell’International Emergency Powers Act per imporre dazi. La legge era stata approvata negli anni 1970 per limitare i poteri presidenziali dopo le misure usate da Richard Nixon per affrontare la crisi della bilancia dei pagamenti in seguito al crollo del sistema monetario di Bretton Woods. La norma dà al presidente l’autorità la possibilità, in caso di emergenza nazionale, di utilizzare varie misure straordinarie, tra cui la “regolazione” delle importazioni di beni esteri. Ma non fa alcun riferimento esplicito ai dazi, competenza esclusiva del Congresso. Per questo motivo i giudici hanno deciso che Trump non poteva utilizzare quella legge per approvarli in via straordinaria.

Se qualcuno ha immaginato per un attimo che questo momento potesse rappresentare le fine della politica sui dazi, si è dovuto subito ricredere. Lo stesso giorno della decisione della Corte Suprema, Trump l’ha definita “vergognosa” e ha fatto subito capire di non volersi fermare. Ha annunciato l’entrata in vigore immediata di un nuovo dazio globale, del 10%, successivamente aumentato al 15%. Questa volta lo ha fatto usando il Trade Act, del 1974. La legge consente al presidente di imporre dazi fino al 15%, che possono durare fino a 150 giorni per far fronte ai deficit commerciali degli Stati Uniti. Tra cinque mesi al massimo, il Congresso dovrà dunque votare la misura. Insomma, una sorta di decreto-legge attraverso cui Trump ha in parte sterilizzato l’effetto della sentenza della Corte Suprema. Ma ha soprattutto mandato un segnale al mondo: il protezionismo americano è qui per restare.

Le conseguenze e i rimborsi

La decisione del 20 febbraio non sarà comunque indolore per Trump. Migliaia di imprese importatrici sono sul piede di guerra e vogliono essere rimborsate per i costi dovuti ai dazi dichiarati illegali dalla Corte Suprema. Il Guardian ha scritto che le richieste potrebbero arrivare a 175 miliardi di dollari. Sarebbe un colpo enorme: la Bbc ha stimato che l’amministrazione Trump in poco meno di un anno di dazi ha incassato circa 130 miliardi di dollari in più. A inizio marzo è arrivata una prima sentenza che apre la strada ai rimborsi. La Corte per il commercio internazionale degli Usa ha ordinato alla dogana e alla protezione delle frontiere di emettere rimborsi per le imposte introdotte lo scorso anno dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump ai sensi dell’International Emergency Economic Powers Act (Ieepa).
“Tutti gli importatori registrati le cui voci erano soggette ai dazi Ieepa hanno diritto ai benefici”, ha scritto il giudice Richard Eaton. Nel momento in cui scriviamo, le procedure di pagamento dei rimborsi rimangono poco chiare, Trump ha detto che queste questioni potrebbero andare avanti in tribunale “per i prossimi cinque anni”, ma di sicuro l’effetto di quanto successo dopo la sentenza della Corte Suprema è stato un aumento della confusione sul tema dei dazi.

E l’Italia?

Da aprile dell’anno scorso a febbraio di quest’anno quasi tutte le nazioni del mondo hanno pagato un’imposta di almeno il 10% per esportare negli Usa. In qualche caso, come il Brasile o l’India, la tariffa era addirittura del 50%. Altri come il Canada, la Svizzera o il Sudafrica hanno pagato tra il 30% e il 40%. L’Unione europea, e dunque l’Italia, hanno subito un dazio del 15% sulle merci in generale, con aliquote molto più alte per prodotti come acciaio e alluminio. Com’è andata? Se si guardano i dati generali, per il nostro paese le cose sono andate bene.
Nel 2025 le esportazioni italiane negli Stati Uniti sono aumentate del 7,2%, confermando quello americano come il secondo mercato più importante dopo la Germania. Guardando però i numeri con più attenzione, le cose appaiono in modo diverso. Il Centro sudi della CNA ha fatto notare che l’aumento dell’export è dato dal boom straordinario della farmaceutica (+ 54%), che da sola per quasi un quarto del totale venduta dall’Italia negli Usa. Se si escludono i farmaci, però, le esportazioni italiane verso gli Usa sono calate dell’1,7%. E tutto questo mentre il Made in Italy cresceva nel resto del mondo. I dazi di Trump hanno insomma colpito l’economia italiana, soprattutto alcuni pilastri della manifattura: l’export dell’automotive nel 2024 è calato del 18,5%, l’alimentare del 4,5% per cento il settore legno-arredamenti dell’8,2%, la meccanica del 3,4%. Dei settori chiave per il made in Italy si è salvata solo la filiera della moda, che ha visto aumentare il suo export negli Usa del 20,4%, ma per il resto i dazi di Trump hanno lasciato il segno un po’ su tutti i settori.

Come detto, l’atteggiamento dell’amministrazione americana non sembra essere cambiato dopo la decisione della Corte Suprema. Per capire meglio l’effetto dei dazi sulle imprese italiane sono utili due studi pubblicati a fine dicembre dalla Banca d’Italia. Le vendite negli Stati Uniti incidono per circa il 3,2% dei ricavi complessivi delle imprese italiane. Di tutta cifra, oltre la metà è fatturato prodotto sulle le catene di fornitura interne all’Italia. L’esposizione sarebbe maggiore se si tenesse conto anche delle vendite indirette tramite altri paesi, come ad esempio la Germania. Circa un quinto delle aziende intervistate dalla Banca d’Italia segnala effetti negativi sulle vendite nei primi nove mesi dell’anno a causa dai dazi americani. L’impatto cambia a seconda delle zone del Paese che si analizzano. In circa il 2% dei casi, fa notare lo studio di Banca d’Italia, le vendite verso gli Stati Uniti rappresentano oltre un decimo del fatturato totale. In questi casi i dazi hanno ovviamente un peso maggiore. Grazie all’industria della pelle, del vino e dei macchinari, Toscana e Emilia-Romagna sono le regioni più esposte verso gli Usa. Segue la Basilicata (4.1%), che esporta soprattutto raffinati del petrolio. Poi Veneto, Piemonte e Lombardia con la meccanica e i macchinari. Tra i distretti il cui fatturato è più dipendente dagli Usa lo studio cita quello dell’occhialeria di Belluno, quello delle ceramiche di Sassuolo, la Motor Valley emiliana, le zone del vino di Canelli e Montalcino.

La Cina sullo sfondo

In un altro report, pubblicato sempre alla fine di dicembre, la Banca d’Italia ha dimostrato che la qualità media dei prodotti italiani, unita alla capacità di spesa delle aziende Usa, non dovrebbe incidere molto sulle vendite finali. Lo studio ha anche calcolato un’altra conseguenza della politica commerciale di Trump. Visti gli alti dazi imposti su molte merci cinesi, dove finirà tutto questo made in Cina finora destinato al mercato americano? Lo studio stima che questo spostamento commerciale porterà via una piccola fetta di mercato a molte nazioni. Per l’Italia, il calo delle esportazioni nel mondo dovuto all’effetto Cina varierà dall’1 allo 0,3 per cento del fatturato totale derivato dall’export. A perderci di più, in questo caso, dovrebbero essere gli esportatori di materiale elettrico, plastica, gomma, macchinari.
“Sebbene l’esposizione dell’Italia al mercato statunitense sia significativa – scrivono nelle loro conclusioni i ricercatori della Banca d’Italia – le aziende italiane potrebbero dimostrarsi moderatamente resilienti davanti all’attuale ondata di dazi statunitensi. L’impatto diretto dovrebbe rimanere limitato, riflettendo la composizione dell’export italiano: prodotti di alta qualità con un’elasticità al prezzo relativamente bassa”.  

Dopo le pubblicazioni di questi studi c’è stata la decisione della Corte Suprema, il rilancio di Trump per nuove tariffe, le richieste di risarcimento e moltissime analisi politiche sulla politica commerciale degli Stati Uniti, ma se alla fine i dazi verso l’Unione europea resteranno al 15% l’Italia e il resto dell’Ue non potranno che provare a sostituire i clienti persi americani con quelli del resto del mondo. La buona notizia qui è che l’export italiano è già in aumento quasi ovunque. Nel 2025 è cresciuto dell’1,7% trainato dalle vendite in area Ue (+2,6%), Regno Unito (+3,4%), Paesi Opec (+9,4%) e India (+4%). Incrementi che sono riusciti a compensare il crollo a due cifre
(-13,4%) del mercato cinese.

Il boomerang americano

Tutti gli analisti prevedono un aumento dell’inflazione nel mondo, sebbene l’entità dell’incremento sia ancora impossibile da stimare senza sapere prima quanto durerà il blocco dello Stretto di Hormuz. Di sicuro, all’inflazione energetica causata dalla guerra nel Golfo Persico si sta già aggiungendo quella provocata dai dazi voluti dagli Usa. Uno studio della Banca centrale europea pubblicato il 31 marzo scorso ha rilevato che da gennaio a novembre del 2025 gli Stati Uniti hanno progressivamente innalzato i dazi da un tasso medio dal 3% al 18,2%. Questo incremento lo stanno però pagando soprattutto gli stessi cittadini americani. La Bce ha infatti calcolato che solo il 5% dei costi aggiuntivi generati dai dazi è sostenuto dagli esportatori, mentre il restante 95% grava sulla catena di distribuzione e sui consumatori finali statunitensi. Lo studio prevede anche che, nel lungo periodo, la redistribuzione dei costi potrebbe diventare ancora più sfavorevole per i consumatori e le imprese statunitensi, soprattutto se i dazi dovessero consolidarsi come misura permanente. Insomma, la principale misura economica voluta dall’amministrazione Trump potrebbe rivelarsi un boomerang per i consensi dello stesso presidente americano in vista delle elezioni di midterm di ottobre.  

Le opportunità per le imprese italiane secondo il Sace

Sace, gruppo pubblico italiano che assicura i crediti per le esportazioni, nella sua ultima Mappa dell’Export (26 febbraio 2026) ha individuato 16 mercati che “presentano maggiori opportunità per le imprese italiane”: Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, India, Marocco, Singapore, Vietnam, Brasile, Turchia, Corea del Sud, Messico, Cina, Filippine, Egitto, Malesia, Thailandia, Kazakistan. L’ufficio studi di Sace li definisce Paesi “caratterizzati da solidità istituzionale ed economica, che offrono maggiori opportunità di export e investimento”. Sono nazioni in cui le vendite di prodotti italiani nell’ultimo quinquennio sono cresciute in media annua del 6%, un punto in più rispetto alla media nel mondo, e che contano già per quasi il 13% del fatturato proveniente dall’estero. “Diversificare per continuare a crescere”, dice Sace in uno dei sottotitoli del suo report pubblicato il 26 febbraio del 2022, due giorni prima dell’attacco congiunto di Israele e Stati Uniti all’Iran e dell’inizio della guerra nel Golfo Persico. Da allora diverse cose sono cambiate. Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita, due dei mercati più attraenti per l’export italiano, sono state coinvolte direttamente nella guerra e i prezzi delle materie prime energetiche sono schizzati verso l’alto. Nel momento in cui chiudiamo questo giornale, i bombardamenti stanno continuando e non c’è ancora una prospettiva di pace nella regione.

Come funzionano davvero i dazi Usa

  1. Dazio globale (base) 
  • 10% → iniziale (2025) 
  • 15% → livello attuale (2026) 
  • Applicato a quasi tutte le importazioni 
  • Introdotto tramite Trade Act (Section 122) 
  • Durata limitata (150 giorni, salvo intervento del Congresso) 

È il “pavimento” del sistema

  1. Dazi aggiuntivi (selettivi) 
  • Fino al 50% 
  • Applicati a:
    • singoli Paesi 
    • specifici prodotti/settori (es. acciaio, alluminio)

I danni per la manifattura

  • -18% automotive
  • -4,5% alimentare
  • -8,2% legno-arredamenti
  • -3,4% meccanica

L’eccezione: +20,4% filiera della moda

Chi paga davvero i dazi americani

Dati:

  • 95% → consumatori e distribuzione USA 
  • 5% → esportatori esteri 

I dazi non colpiscono principalmente chi esporta, ma si scaricano quasi interamente sull’economia interna americana.

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