Sembrava tutto finito, archiviato. Sembrava che la crisi degli idrocarburi scatenata dall’attacco della Russia all’Ucraina nel 2022 fosse ormai acqua passata. Invece, la guerra iniziata da Israele e Stati Uniti contro l’Iran ha dimostrato ancora una volta che la dipendenza da gas e petrolio può costare caro. I dati dell’Istat sul 2026 ci diranno più avanti quanto esattamente ha pesato il blocco dello Stretto di Hormuz sull’inflazione generale italiana, ma alcuni fatti parlano già chiaro. Dopo il 28 febbraio di quest’anno, in pochissimi giorni, il prezzo del petrolio è aumentato di circa il 30 per cento e quello di riferimento del gas europeo, misurato sull’indice olandese Ttf, è raddoppiato. Non poteva andare molto diversamente, visto che dal Golfo Persico prima del conflitto arrivava un quinto del greggio e un quinto del gas naturale liquefatto (gnl) consumato nel mondo. La chiusura dello Stretto di Hormuz da parte del regime iraniano, mai avvenuta nella storia, ha mostrato cosa significa dipendere dai colli di bottiglia da cui transitano le merci. E, in particolare per l’Italia, ha evidenziato una volta i limiti della dipendenza dal gas
Gli ultimi dati Eurostat, il servizio statistico dell’Ue, dicono che nel 2025 i paesi dell’Unione europea hanno prodotto circa il 43% della propria energia, mentre il 57% è stato importato. Gli effetti dell’aumento del costo dei combustibili fossili pesano quindi sull’economia dell’intero blocco, ma con forza diversa. C’è chi ricava molta dell’energia necessaria grazie al nucleare (ad esempio Francia e Slovacchia) o alle rinnovabili (Svezia, Spagna, Lettonia): produzioni domestiche, che annullano in parte gli effetti dei rincari delle commodities energetiche. All’Italia spetta invece il primato europeo nella dipendenza da gas. Di tutta l’energia consumata nel 2025, il 35,6% è arrivata infatti da questo combustibile fossile, dal quale però siamo quasi interamente dipendenti non avendo grandi risorse interne. Al di là dell’attenzione ambientale e della scelta geopolitica di affidare la sicurezza energetica nazionale ad altre nazioni, dipendere così tanto dal metano ha degli effetti rilevanti per le bollette. Secondo i calcoli di Confindustria, nel primo semestre 2025 le aziende italiane hanno pagato l’energia quasi il 30% in più della media Ue, oltre il 40% se il confronto si fa con Francia e Spagna. La guerra in Medio Oriente non potrà che peggiorare la situazione. Per questo è utile sapere quali sono i possibili modi per slegarsi il più possibile dalle variazioni dei prezzi delle materie prime energetiche.
Il fotovoltaico può aiutare davvero
Secondo Gianluca Ruggieri, docente di Fisica Tecnica Ambientale all’Università dell’Insubria, «per alleviare la dipendenza da gas e petrolio, nel breve termine non ci sono alterative alle energie rinnovabili. Il lavoro però deve essere fatto su quattro gambe: oltre alle rinnovabili, serve aumentare anche l’efficienza energetica, l’elettrificazione e i sistemi di accumulo di energia». In attesa delle decisioni di politica energetica da parte del governo, cosa possono fare nel concreto le imprese per ridurre le bollette? Ruggieri, che è anche presidente di ènostra – una cooperativa che produce e vende energia rinnovabile, con 3,8 MW di potenza installata – dice che nell’immediato «bisogna cercare di abbassare i consumi, di prediligere l’elettricità al gas», ma se si tratta di interventi strutturali «non esiste modo più economico di produrre energia che con il fotovoltaico: con quello che costano i pannelli adesso, e ragionando su 30 anni di durata di un impianto, il costo al kilowattora è il più basso che c’è mai stato nella storia».
Tutti gli esperti sentiti concordano su un fatto: se un’azienda vuole risparmiare sul costo dell’energia e ha lo spazio e le risorse finanziarie per farlo, non c’è cosa migliore che installare un impianto fotovoltaico in azienda, a terra o sul tetto, capace di soddisfare l’intero consumo dell’impresa. Sarebbe vantaggioso anche senza incentivi, soprattutto adesso che i prezzi sono alle stelle, perché ogni mese il beneficio è quello di non pagare più la bolletta. «Se un’azienda non può installare l’impianto localmente», aggiunge Ruggieri, «da qualche anno c’è una possibilità: il cosiddetto PPA, Power Purchase Agreement, cioè un contratto tra un’impresa e un fornitore di energia per l’acquisto di elettricità rinnovabile a prezzo fisso per il tempo stabilito dall’accordo stesso».
Gli incentivi per il fotovoltaico non mancano, ma sono tanti e spesso complicati da capire per i non addetti ai lavori. «Penso che per le imprese», spiega Ruggieri, «il nuovo iperammortamento sia decisamente lo strumento migliore». Si tratta della possibilità, introdotta con l’ultima legge finanziaria, di dedurre dalle imposte sui redditi fino al 180 per cento dell’investimento in beni strumentali innovativi, tra cui rientrano appunto gli impianti fotovoltaici destinati all’autoconsumo aziendale e prodotti nell’Ue. Il Conto Termico 3.0? «Più che per il fotovoltaico, è mirato all’installazione di pompe di calore e in generale ad incentivare l’efficienza energetica», spiega il docente. Il Fer X? «Punta ad aiutare i produttori di energia, dunque non particolarmente interessante per chi vuole installare pannelli per autoconsumo». E gli incentivi ottenuti attraverso le CER? «Questi possono essere la ciliegina sulla torta per chi installa un impianto fotovoltaico che, oltre a soddisfare l’autoconsumo, riesca anche a produrre un po’ di energia extra», risponde Ruggieri.
Le Comunità Energetiche Rinnovabili (CER)
Le CER (Comunità Energetiche Rinnovabili) sono gruppi a cui possono partecipare soggetti vari – cittadini, piccole e medie imprese, amministrazioni locali, cooperative, associazioni, enti di ricerca, enti religiosi, enti del terzo settore, stazioni di ricarica di veicoli elettrici — che decidono di condividere l’energia elettrica rinnovabile prodotta da impianti nella disponibilità di uno o più membri della stessa comunità. Spiega Andrea Brumgnach, vicepresidente di Italia Solare e tra i massimi esperti sul tema: «Le CER sono partite operativamente nell’aprile del 2024 e attualmente i soggetti iscritti sono circa 23.900. Il meccanismo purtroppo stenta a decollare per vari motivi: il primo è la mancanza di informazione, il secondo è la burocrazia che ora fortunatamente il GSE (Gestore dei Servizi Energetici, ndr) sta semplificando».
Le CER sono soggetti giuridici che beneficiano di un aiuto economico ventennale, elargito dallo stesso GSE e basato sull’energia condivisa. La tariffa incentivante varia in funzione della potenza dell’impianto rinnovabile, della zona d’Italia dov’è collocato e del prezzo dell’elettricità di quel momento. Impossibile dunque fare una stima esatta del risparmio economico senza addentrarsi nei dettagli, ma in generale chi aderisce a una CER può attendersi una riduzione dei costi di circa il 10 per cento circa rispetto a una normale bolletta. «L’incentivo economico non è particolarmente premiante», precisa Brumgnach, «ma bisogna considerare che aderire a una CER non ha costi né di ingresso né di uscita, non comporta rischi per chi vi partecipa né vincoli e inoltre garantisce vantaggi sia ambientali che sociali». Quelli ambientali dipendono ovviamente dal fatto che l’energia prodotta è rinnovabile, aspetto che per un’azienda può significare, tra le altre cose, migliorare il proprio rating ESG (Environmental, Social, Governance). «Il vantaggio sociale», continua Brumgnach, «è invece legato a un limite fissato dalla normativa. Le aziende che partecipano a una CER possono percepire al massimo il 55 per cento dell’incentivo elargito dal GSE, mentre il restante 45 per cento dovrà essere retrocesso agli altri membri della Comunità o usato per attività socialmente utili sul territorio».
Le regole prevedono che ad una CER possano aderire solo le PMI, cioè imprese con un fatturato annuo inferiore ai 50 milioni di euro e meno di 250 dipendenti full time. Indirettamente, però, possono parteciparvi anche società più grandi. «Se non sono una PMI ma ho intenzione di installare un impianto rinnovabile con potenza inferiore a 1 MW e un surplus di produzione – ragiona Brumgnach – posso mettere la mia energia in eccedenza a disposizione della CER. Sono i cosiddetti produttori terzi, che firmano un contratto con la Comunità e percepiscono indirettamente una quota parte dell’incentivo». Per capire questo punto bisogna tenere presente che ogni CER può essere formata da più configurazioni, cioè sottogruppi accomunati dal fatto di essere sotto la stessa cabina primaria (ce ne sono oltre 2mila in Italia). In pratica, una CER può ad esempio decidere di operare su tutto il territorio italiano attraverso varie configurazioni sparse per la nazione. Ogni configurazione decide poi il suo regolamento, cioè sceglie ad esempio come distribuire gli incentivi economici tra i suoi membri. E nessuno vieta di remunerare un produttore di energia esterno alla CER.
«Ecco perché anche i produttori terzi possono avere un ruolo. Ed ecco il motivo per cui la convenienza finanziaria della CER è difficile da calcolare a priori: perché dipende anche da com’è è scritto il regolamento. Di sicuro, però, le CER sono un’opportunità da valutare per tutte le imprese interessate ad ottenere benefici economici, ma anche sociali e ambientali», conclude Brumgnach.
Le Comunità Energetiche Rinnovabili possono quindi essere convenienti per un’impresa, ma il vero vantaggio è installare un impianto fotovoltaico e rendersi indipendenti dalle fluttuazioni dei prezzi delle commodities energetiche. Così, anche senza incentivi, si ottiene un beneficio pari al costo della bolletta risparmiata. Se poi il proprio impianto produce più di quanto necessario, quell’elettricità si può vendere alla rete.
Il rischio? Vedersela remunerare poco, perché nelle ore di sole in cui l’impianto produce, il costo dell’energia solitamente è basso. Per massimizzare l’investimento, può essere allora conveniente darla a una CER, così da garantirsi una remunerazione fissa. La ciliegina sulla torta, appunto.
La situazione dell’UE e dell’Italia (2025)
- 43% → quota di energia prodotta internamente nell’UE (2025)
Fonte: Eurostat - 57% → quota di energia importata nell’UE (2025)
Fonte: Eurostat - 35,6% → quota dell’energia totale in Italia proveniente da gas (2025)
Fonte: Eurostat - +30% → costo energia imprese italiane rispetto alla media UE (1° semestre 2025)
Fonte: Confindustria - +40% → costo energia imprese italiane rispetto a Francia e Spagna (1° semestre 2025)
Fonte: Confindustria
Cosa sono le CER
Le Comunità Energetiche Rinnovabili (CER) sono gruppi di soggetti – cittadini, imprese, enti pubblici e privati – che producono e condividono energia elettrica da fonti rinnovabili.
L’energia viene generata da uno o più impianti nella disponibilità dei membri e distribuita all’interno della comunità, riducendo costi e dipendenza dalla rete.
Le CER sono soggetti giuridici e beneficiano di un incentivo economico erogato dal GSE per 20 anni, calcolato sull’energia condivisa.